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Lettera Febbraio 2021

Carissimi,

mentre scrivo queste parole, i venti di guerra che minacciano il mondo intero, seppur fisicamente lontano da noi, ci obbligano a prendere ulteriormente coscienza del dono della vita che non può essere banalizzato, ma deve ricevere tutta l’attenzione possibile per illuminare i chiaroscuri che attanagliano l’esistenza umana.

La mia riflessione, nello specifico, si apre su una tematica questo mese assai impegnativa e fortemente problematica: interrogarsi sul fine della vita, sulle realtà ultime e incognite dell’esistere, realtà su cui ci interpelliamo e non sempre siamo in grado di dare una risposta cristiana, soprattutto quando la morte bussa e tocca chi è nel fiore della vita. Ci chiediamo: dov’è Dio?

La mia vuole essere semplicemente una proposta di analisi sulla “fine della vita” – solitamente si parla invece del “fine vita”- per cogliere le molteplici sfaccettature del nostro essere, segnato dal passaggio di Dio e dalla miseria umana, e preparare così il momento decisivo dell’incontro con il Signore. Questa riflessione arriva quasi a scadenza del 31 marzo, termine ufficiale dato dal Governo della fine del periodo di emergenza pandemica.

Di certo, tutti noi abbiamo sperimentato e a livello globale e a livello familiare e/o territoriale che cosa abbia significato tutto ciò nel nostro vivere quotidianamente la vita. Quanti, poi, sono stati più da vicino toccati, in questo periodo, da sorella morte corporale hanno testato, altresì, la solitudine nel vivere il dolore personale per la dipartita di un proprio caro, l’impotenza di fronte a regole e imposizioni che hanno modificato il nostro dare l’ultimo congedo ai fratelli defunti, la freddezza dei rapporti umani, la mancanza e l’impossibilità di un abbraccio.

Sono scolpite nel ricordo di ciascuno le immagini dei carri che, durante la prima fase pandemica, trasportando le salme, hanno segnato l’ultimo saluto per tanti, ma non dimentichiamo sul nostro territorio parrocchiale e/o diocesano quanti da soli sono morti di Covid dentro le proprie abitazioni e sono andati via da soli perché tanti familiari contagiati non hanno potuto lasciare un fiore o dare un ultimo saluto. Tristezza, dubbi, incertezze, interrogativi esistenziali prendono l’uomo!

Il Covid-19 ha provocato tantissimi decessi – “fine della vita”, ma è come se nell’immaginario comune la pandemia avesse cancellato altre modalità con le quali la vita trova la fine: guerre, oppressioni, violenze, terremoti, fame, morti premature di chi viene eliminato prima di entrare nella vita, di chi viene freddato da un Caino che rinasce e uccide, di chi in luogo sicuro, casa o lavoro che sia, trova la fine, di chi esce di casa e non vi fa più ritorno …

Tutte queste realtà per i cristiani vengono illuminate (ma non risolte) dal mistero di Dio che vive e muore insieme a noi, che si è abbassato senza riserve nel pantano di morte e dolore dell’uomo (cfr. Fil 2,5-11).

Maria è testimone della morte di Gesù; è la sola a poter conoscere il miracolo del concepimento del Cristo e bisogna che sia la più vicina per sapere che Gesù muore e come Egli muore. Maria è testimone non solo della morte che tutti possono vedere- e San Luca noterà che molti se ne vanno battendosi il petto- ma del controllo della morte mediante il colpo di lancia del soldato, fatto segnalato dal solo Giovanni. Occorre che la Vergine veda suo Figlio consegnato alla terra per fare pienamente la sua esperienza di fede. Mai esperienza spirituale sarà stata meno oscura. Venuto dal Padre, il suo Gesù è stato affidato alla terra; e ora quale sbocco avrà questa tragedia del nulla?  Maria vive la dialettica interiore dell’unico mistero del suo figlio, del mistero pasquale con i suoi grandi movimenti, dalla mangiatoia alla croce e dalla croce alla gloria. Guardiamo Maria, impariamo da Lei!

   Suddetta riflessione sarà articolata in due momenti distinti, entrambi fondati sulla Parola di Dio: il primo, proposto in questa lettera, vuole essere un excursus mediante il quale si potrà scorgere il senso della vita alla luce della fede; il secondo, pensato per il prossimo mese, indagherà a fondo le tenebre che attanagliano l’uomo di fronte alla sofferenza e lo fanno “gridare” davanti a Dio e contro Dio, protestando per la condizione del limite umano.

La fine della vita, paradossalmente, per noi cristiani segna l’inizio della vita, sebbene perdurino le gravi situazioni di malattie, epidemie, … Così, da un lato la vecchiaia contrassegna la debilitazione della vita stessa, ma dall’altro questa esperienza sintetizza le gioie e i dolori dell’esistenza e sapientemente prepara il passaggio all’eternità. Nel portare avanti la riflessione mi appoggio alle provocazioni che la Bibbia offre per questo tema. In particolare, la prima attenzione è orientata al Libro del Deuteronomio:

“Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, poiché è Dio la tua vita e la tua longevità” (30,19).

Con queste parole Mosè invita il popolo a fondare la propria esistenza sulle “parole” (=comandamenti) di Dio. Poco prima della sua morte, il condottiero aggiunge:

“Per questa parola passerete lunghi giorni sulla terra di cui state per prenderne possesso” (Dt 32,47).

La prima conclusione, che possiamo trarre, riguarda la promessa del prolungamento e dell’estensione della vita comunitaria oltre la morte. In un certo senso, si parla di una continuità di vita che lambisce la famiglia e l’intera comunità che vi scorge la propria vocazione di “popolo” di Dio. Come si evince dai brani citati, l’esperienza della fine della vita da un lato è un fatto personale e dall’altro ha ricadute comunitarie. Infatti, Dio promette – attraverso le parole del patriarca Giuseppe in occasione del suo testamento ai fratelli – di

“fare vivere un popolo numeroso” (Gen 50,20).

Man mano che la storia della salvezza scorre, i credenti meditano profondamente sul senso della vita e della morte e il frutto di tale riflessione si cristallizza negli scritti sapienziali che annotano:

“chi custodisce il comando custodisce se stesso” (Pr 19,16),

quasi a dire che la vita comunitaria è ordinata dai comandamenti divini, i quali ribadiscono che

“chi persegue la giustizia e l’amore, troverà vita e gloria ” (Pr 21,21).

L’esatto contrario di questa indicazione, invece, è costituito da quanto richiama il Siracide (30,24):

“gelosia e ira che accorciano i giorni”.

Questa riflessione non nega, tuttavia, che chi teme Dio sia esente dalla sofferenza, ma aggiunge che l’essere in sintonia con la legge di Dio porta in sé la promessa di una vita “altra”. La consapevolezza di questa realtà ultima alimenta nell’animo del credente la speranza e fortifica la certezza di una gioia senza fine al punto che questi possa sentire nell’intimo del suo cuore l’eco del salmista: canterò in eterno l’amore del Signore.

La seconda conclusione che possiamo aggiungere, frutto della sapienza di uomini pii, riguarda i parametri di correttezza e giustizia che diventano germi di una “vita oltre la vita”, sebbene gli autori sapienziali diano indicazioni “terrene” per valutare la ricompensa divina. Si parla infatti di terra, acqua, convivenza pacifica…

Sulla stessa lunghezza d’onda si muove il Nuovo Testamento, soprattutto il Vangelo secondo Matteo, allorché riporta gli insegnamenti di Gesù rivolti ai “poveri di spirito”, ai quali promette da parte del Padre una nuova forma di società (5,4).

Infatti, a loro è riservata la proprietà della terra (5,5), la consolazione e la riconciliazione (5,6), il pane quotidiano (6,12), la libertà dalle preoccupazioni (6,24s), la longevità (6,27).

C’è, tuttavia, una novità sconvolgente che dà senso alla sequela radicale del comandamento e del modo di vivere di Gesù: tutto quello che nella vita spesa per Gesù sembra essere perduto, viene restituito “già al presente cento volte tanto, in case e fratelli e sorelle…” (cfr. Mc 10, 28-30). Il tutto fornisce una singolare indicazione, in quanto getta luce sul senso della vita e della fine della stessa: i cristiani non possono dimenticare o sminuire l’al-di-qua perché le problematiche ad esso collegate necessitano di una soluzione su questa terra, non in cielo!

Faccio un banale esempio attraverso cui si possa cogliere la portata “rivoluzionaria” del messaggio gesuano.

Nei Vangeli, la sensibilità alla sofferenza altrui è un caposaldo e per scorgerla in tutta la sua portata basterà leggere Mt 25, 31-46 (il “giudizio finale” che fonda le opere di misericordia corporali) per scoprire che la vita dei cristiani è profondamente segnata dal loro impegno verso i sofferenti (pensiamo alla creazione degli ospedali ad opera delle comunità di credenti) a tal punto che con la propria dedizione la comunità cristiana si proietta sulla fine della vita. E questa partecipazione attiva non è determinata solo dal morire, ma dalla percezione dei cristiani che colgono nella vita lo spazio della giustizia e della comunione, intesa come una “continuazione della vita dei morti”. È la storia di uomini e di donne che sentono una sete tale che Dio solo può saziare e, dopo aver bevuto intensamente, si trovano colmi del desiderio stesso di Cristo: incarnare la Buona Novella di Dio. Animati dallo Spirito, spinti dall’ardente desiderio di Dio di donare la vita al mondo, diventano essi stessi fiumi di acqua viva, che irrigano gli spazi personali, comunitari e apostolici della nostra vita. Camminano sulla terra con lo sguardo rivolto verso il cielo.

Auguro a tutti di essere prolungamento del “buon samaritano” (cfr. Lc 10, 25-37), il quale aiuta il viandante incappato nei briganti che rischia la fine della vita. E questa parabola ricorda a tutti, a cominciare da me, che non vi è alcuna ragione legittima per “vedere e passare oltre”, nemmeno di carattere religioso.

                                                                                                                                                              p. Ettore

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