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Lettera aprile 2021

Carissimi amici,

nella precedente lettera mi sono fermato a descrivere il “miracolo” della crescita del chicco di senape, dal quale abbiamo appreso il dinamismo dell’umiltà, che, tradotto in vitalità del fare, diviene fattore essenziale, indispensabile e necessario per la nostra crescita umana e spirituale. 

La crescita implica nell’uomo un processo di maturazione: il divenire adulti e l’essere adulti nella fede racchiude in sé un progredire ed un perfezionarsi continuo in sapienza, età e grazia, ovvero esercitando, nel quotidiano, saggezza e bellezza, virtù dell’animo nobile e detentore dei sentimenti alti della Vita. Andiamo cercando ragioni di speranza: guardare al nuovo che nasce, forse nel silenzio, senza scalpore o pubblicità, a ciò che oggi magari è piccolo, come il seme di senape, ma promette fioriture e frutti, necessita un accordo di fiducia per lasciarsi afferrare dall’energia di Cristo – futuro nostro – e smetterla con le lamentele su ciò che non c’è più o che non va.

Karol Wojtyla ha scritto:

Nessun uomo trova spianati i sentieri,
veniamo al mondo simili a un cespuglio
che può ardere come il roveto di Mosè
oppure inaridirsi.
Ogni istante si apre al tempo intero,
scavalca se stesso e tu trovi un seme d’eternità.

Approfondire la metafora della crescita è essere in grado di andare oltre, fare quel salto di qualità, riflettere e volgere lo sguardo sul creato e del creato osservare gli alberi del giardino nel quale il Signore ci pone a lavorare.  È indicativo che l’essere umano, secondo il dettato del Libro della Genesi 2,8-9, sia stato collocato proprio in un giardino. Ed è ancora più significativo il racconto secondo il quale Dio fa crescere gli alberi mentre ha già messo l’uomo nel medesimo giardino. Il senso è immediato: il Creatore fa abitare l’essere umano in un luogo di libertà, dove tutto aspetta di esser coltivato. 

“Il Signore Dio (Jhwh ‘Elohìm)
prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden,
perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2,15).

Dio affida all’uomo il compito di giardiniere, lo associa cioè al suo modo di essere creatore.

In pratica, si tratta di seminare e attendere – pazientemente – la crescita delle cose e delle persone.  La rivelazione del Primo Testamento ci consente di fare un passo ulteriore in forza della similitudine presente nel Salmo 1,3: [L’uomo] è come un albero trapiantato presso corsi d’acqua”, secondo la quale lo stesso essere umano è chiamato a divenire “albero” e, secondo la lettura del Targum dello stesso versetto, addirittura “l’albero della vita”.

Se questi brevi richiami dovessero sembrare azzardati o lontani nel tempo, mi permetto di ricordare che la Domenica della Risurrezione, l’uomo è nuovamente invitato in Maria di Magdala in un giardino ed il Signore si manifesta proprio lì, sotto le sembianze di un giardiniere (cfr. Gv 20, 15).

Alla luce di queste citazioni, comincio a tratteggiare qualche ricaduta per la nostra vita di credenti.

Nel giardino della vita da coltivare, noi siamo “piantati” come alberi in crescenza. E come avviene in ogni albero, anche noi dobbiamo armonizzare e promuovere le tre dimensioni essenziali:

  1. le radici, simbolo della profondità interiore, nelle quali attingiamo la nostra linfa nutritiva;
  2. il tronco, pari alla colonna vertebrale, sostiene l’uomo forte e libero;
  3. i rami, immagine di apertura al mondo e agli esseri viventi.

L’albero richiama il legno; il legno richiama, a sua volta, la croce, “albero della vita” (san Teodoro Studita), ed il frutto maturo che pende dalla sommità: Cristo- nostra felicità. Proprio da quest’ultimo albero nasce una sfida, alla quale nessuno può sottrarsi: divenire un albero che si accetta così come è fatto con i suoi nodi, le protuberanze, le incavature, le vitalità. Sono questi i segni che rivelano una crescita: la nostra!  Ogni nostro grido, ogni singolo dolore, ogni inattesa sofferenza corporale o spirituale può sembrare agli occhi del mondo una sconfitta; ma se tutto ciò è unito al Crocifisso, ha il potere, senza che noi sappiamo distinguere il come, di far tremare la pietra di ogni nostro sepolcro.

Blaise Pascal scriveva:

Ciò che mi fa credere è la croce, ma ciò in cui credo è la vittoria della croce: la risurrezione.
È bene precisare che un albero non è necessariamente quello che è cresciuto tutto dritto!
Lo è pure – e talvolta ancor di più – quello che ha seguito, nel suo evolversi, le curve della vita.

La saggezza popolare viene incontro affermando che “un albero è come una fonte tesa verso il cielo”. L’immagine rimanda chiaramente al fonte battesimale, luogo di nuova nascita per l’uomo, spazio che unisce il cielo alla terra, secondo la Liturgia della Parola feriale della seconda settimana di Pasqua allorché proclamiamo il Vangelo che riprende il cap. 3 di Giovanni.

Non lontano da quanto detto sono le parole del profeta Geremia (17, 7-8):

“Benedetto l’uomo che confida nell’Eterno e la cui fiducia è l’Eterno!
Egli sarà come un albero piantato presso l’acqua, che distende le sue radici lungo il fiume.
 Non si accorgerà quando viene il caldo e le sue foglie rimarranno verdi,
nell’anno di siccità non avrà alcuna preoccupazione e non cesserà di portare frutto”.

Pertanto, essere vivente come un albero significa crescere o meglio lasciarsi pazientemente crescere, ricevendo gratuitamente la linfa vitale da Dio, un Dio eternamente inchiodato su un legno d’arbusto, in un abbraccio che grida: Ti amo!

Un’ulteriore riflessione si apre nell’atto stesso del discernimento: occorre esercitare nella nostra vita il tempo dell’attesa.  Ciò, di fatto, comporta un rischio: non tutto scorre come e quando voglio io. In altri termini, significa accettare che gli altri maturino con il loro ritmo.

La pazienza è insieme all’umiltà la virtù principale di coloro che accolgono nella loro vita la realtà del Regno tanto da rappresentare la forza di quanti veramente imparano a nascere a se stessi.

Crescere nella pazienza è pure affrontare il pericolo di certi progressi difficili, di momenti di crisi, per non dire fallimenti, di dover attraversare il buio e il freddo della stagione invernale.

Penso che la cosa vitale per la crescita sia la presenza segreta e misteriosa del prossimo che ci fa dono della pazienza. Un congiunto, un genitore, un amico, che trattiamo con pazienza e ci trattano con pazienza, ci offrono il tempo della nostra personale germinazione, cioè fiorire là dove siamo piantàti.  Questa fioritura rappresenta lo slancio vitale per l’annuncio autentico del Regno di Dio nella nostra vita. Noi siamo chiamati, secondo una metafora botanica, a rimboschire il mondo: diventare bosco, dove poter respirare l’aria di Dio.  Troppe volte, sfortunatamente, i nostri metodi di evangelizzazione consistono nello sradicare e disboscare, incapaci di saper coglier la bellezza della fioritura che appartiene al mio prossimo o semplicemente non siamo più capaci di rallegrarci di ciò che cresce nella vita degli uomini e proviamo, proprio noi, che ci diciamo vicini al Cristo e che ci nutriamo dell’Eucarestia, invidie e gelosie fraterne. Così facendo, applichiamo la politica della “terra bruciata”: atteggiamento diametralmente opposto allo spirito del Vangelo.

Se osservi un albero in caso di vento forte o tempesta vedrai i rami piegarsi, avanti e indietro, mentre le foglie vengono spazzate via. Quando i venti del cambiamento soffiano nelle nostre vite, ci aggrappiamo al vecchio; non rilasciamo facilmente le vecchie foglie dell’abitudine. E quando una tempesta feroce colpisce le nostre vite, diventiamo profondamente stressati, semplicemente perché risultiamo molto più attaccati alla stessa di quanto un albero sia attaccato ai suoi rami.

La nostra terra trabocca di profeti, mistici, sognatori, coraggiosi, che non spostano la speranza in un altrove, ma la fanno accadere nel presente: è quella spiritualità che, Ermes Ronchi, definisce Spiritualità del quotidiano mediante un Vangelo non pallido né evanescente, ma che ha forma e colore nel raccontare il mistero di Dio dentro il fluire della vita, nel pane che profuma, nelle mani che accarezzano, nel giglio del campo; un Vangelo dentro una cornice di bellezza, che non può essere proposto dentro veli di tristezza, in ambienti depressi, in un’atmosfera di severità perché il Vangelo è bello e rende bella la vita. I moderni farisei con la loro serietà moralistica ci hanno resi diffidenti verso la gioia. La Parola, invece, regala gioia, è diritta come luce, piana come la voce di chi parla al cuore, fresca e grande al punto da colorare la vita.

Amici,

impegniamoci a piantare il seme della vita nuova e curiamolo con pazienza e tenerezza!

Auguri di ogni bene nel Signore.   

P. Ettore

P.S. Per chi volesse seriamente approfondire questo discorso, propongo la lettura del volume di CHRISTOPHE BOUREUX, Dio è anche giardiniere. La creazione come ecologia, Ed. Queriniana, 2016.

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