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Lettera dicembre 2020

Carissimi,

a seguito della riflessione, iniziata il mese scorso, supportata dall’ausilio dell’Enciclica Laudato sì comparata con la pagina del Vangelo di Marco (4, 26-28), la presente è da leggersi quale ripresa dell’itinerario di formazione e di crescita nella fede, che intendiamo compiere insieme come membra vive di una comunità orante. Nello specifico, intendo porre la mia e vostra attenzione sulla ricca simbologia legata al concetto di “terra”. Leggiamo, infatti:
“Alla stessa maniera la terra produce prima l’erba, poi la spiga, infine il grano nella spiga piena”.

“Alla stessa maniera” – automaté, dice il testo greco – la terra è madre. È la sua natura di essere nutrice e feconda. Essa è matrice prima del concorso degli uomini, della loro scienza e della loro padronanza tecnica. La terra – materia prima (il termine materia deriva dal latino mater, cioè madre) rinvia simbolicamente al dono originale che inaugura ogni fecondità in questo mondo.

Nel Cantico delle creature, S. Francesco loda il Signore per sora nostra madre terra che ci nutre e ci governa, quasi a dire che quella che, oggi, chiamiamo “materia prima” non può essere presa in considerazione solo per lo sfruttamento delle risorse.

Nello specifico il tema, attorno a cui ruota la breve pericope di S. Marco che stiamo analizzando, è il Regno di Dio, che possiamo e dobbiamo paragonare a un processo naturale, senza sacralizzarne la portata. Se è possibile attuare un siffatto confronto, la Parola di Dio ci ricorda che anche noi veniamo da una lunga e paziente “gestazione”, gestazione che dona la vita e che non è sottoposta al nostro potere.
Provo a spiegarmi meglio.
Se bisognava fare qualcosa perché la terra potesse produrre delle piante, l’uomo sarebbe stato all’origine dell’infinita abbondanza di flora che germoglia qua e là. L’essere umano, tuttavia, non è all’origine di tutto questo, anzi deve riconoscere di esserne dipendente radicalmente.
Purtroppo, l’individuo ha sempre disposto della terra e del creato come se fosse cosa propria, riversando sui propri simili il peso e la colpa delle pesanti e personali responsabilità, facendo di conseguenza pagare loro un prezzo altissimo, escludendoli dalla condivisione delle risorse offerte a tutti.
Per comprendere la scelleratezza delle proprie azioni, l’uomo dovrebbe riflettere sulla successione dinamica della fecondità del seme: gambo, spiga e, infine, chicco. Durante tale crescita, in nessun momento, è richiesto l’intervento umano. Quand’ero ragazzo, un saggio contadino, per farmi comprendere che bisogna rispettare tempi e modalità di crescita nella natura, mi sussurrò il proverbio: “non è tirando le estremità che le cipolle crescono”.

“E quando il grano è maturo, si mette mano alla falce, perché è tempo della mietitura”. Il tempo del raccolto è segnalato dal grano stesso: “quando il frutto lo permette”, per stare al testo originale. Non è, dunque, sempre l’essere umano che decide il tempo del raccolto, ma il grano quando arriva alla sua fine.

Quanto è difficile spesso non imporre le nostre impazienze alla vita! Ben altra è l’attitudine di colui che attende la maturazione del tempo e la manifestazione del frutto. Quale cambiamento nelle nostre relazioni, se lasciassimo agli altri il tempo di portare i loro frutti: meno biasimo, meno desolazione, meno impazienza nei nostri rapporti e nelle nostre relazioni interpersonali!

Non è così che Dio si manifesta nella sua Parola? Un Dio che nutre la speranza di vedere il suo popolo portare frutto di libertà. E tale indicazione arriva nel tempo dell’attesa, della vigilanza, periodo nel quale la riflessione su tale parabola (Mc 4, 26-28), dovrebbe condurci a una “povertà” benefica, perché ci scopriremmo liberi dal fantasma del potere che esercitiamo consapevolmente o inconsapevolmente sugli altri, illusione che conduce inevitabilmente all’inganno e al fallimento.

In questo tempo forte dell’anno liturgico, mentre la terra accoglie e custodisce nel suo grembo le nuove sementi del prossimo grano, con la nostra attesa vigilante, dovremmo attenzionare ciò che alla fine conta davvero: il raccolto, cioè il fiorire della vita dei nostri simili e non il nostro potere su questa crescita.

Dal momento che le cose accadono anche senza di noi, dovremmo renderci più prossimi (vicini) degli altri, ma di una prossimità che conosce la sua giusta distanza – certamente non quella imposta in questo periodo di pandemia, prossimità che si fa presenza attenta e delicata nella dimensione umana e spirituale del singolo, in particolare, e della comunità, in generale. Una distanza (non un distanziamento!) che dia la lucidità di saper rientrare, quando è necessario.

Una tale prossimità non ha nulla a che vedere con l’indifferenza del “ciascuno per sé”. È il contrario: essa accompagna la crescita dell’altro con l’energia della fiducia.

Quest’ultima non ha da esigere alcuna riconoscenza in contraccambio, perché espande profonda gratitudine a Dio e ai fratelli. Questa è la sua ricchezza. Questo è il suo preziosismo.

Dice José Tolentino Mendonça: “Nel cammino spirituale c’è un atto fondamentale di fiducia. Non si può pretendere di vedere a ogni passo. Se il contadino che sparge il seme sul terreno si mette a scavare per vedere se è già cresciuto, ne compromette lo sviluppo”.

Viviamo con profonda gioia i giorni dell’Avvento, con la consapevolezza che Colui, che nel mistero aspettiamo, verrà ancora a piantare il seme del suo Regno nel nostro cuore, solco della terra fecondata. Tanti chicchi un’unica spiga! In questo tempo forte e difficile di isolamento e pandemia, nell’ intimo ci sollecita, ci scuote, ci esorta a diventare accoglienti e disponibili verso i fratelli, come l’albero che cresce e diventa grande a tal punto da ospitare gli uccelli del cielo…

Auguri di sereno Natale.

p. Ettore

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