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Lettera Ottobre 2026

Carissimi,

nelle prime settimane di questo mese, la Liturgia della Parola dei giorni feriali ha proposto all’ascolto dei fedeli la Lettera di S. Paolo ai Galati, scritto con il quale l’Apostolo dei Gentili prova a scuotere i destinatari, definiti stolti in quanto si sono lasciati ingannare da coloro che, in breve tempo, li hanno riportati alla schiavitù della Legge. Rude nei toni, incisivo nello stile di intervento, ha rivolto ai cristiani della Galazia, che vivevano una situazione paradossale e contraddittoria all’interno della comunità, parole taglienti:

“Se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi gli uni gli altri” (Gal 5,15).

Paolo utilizza immagini crude, quasi animalesche, per denunciare ciò che accade quando i rapporti umani vengono dominati dalla rivalità, dalla gelosia, dall’aggressività e dal desiderio di prevalere sugli altri. Il verbo mordere evoca l’attacco, la ferita provocata dalle parole e dai comportamenti; il verbo divorare suggerisce, invece, una violenza che non si accontenta di ferire, ma finisce per consumare e distruggere l’altro. Il risultato è paradossale: nel tentativo di sopraffarci reciprocamente, rischiamo di distruggere non soltanto chi ci sta di fronte, ma anche la comunità di cui facciamo parte.

Il messaggio è, dunque, chiaro e univoco: non basta avere ragione, difendere le proprie idee o affermare la propria identità; occorre chiedersi anche come lo facciamo e quali conseguenze produciamo negli altri.

Una comunità, una famiglia, una Chiesa o una società possono essere lacerate non soltanto da grandi conflitti, ma anche da parole umilianti, giudizi impietosi, sospetti, risentimenti e lotte per il potere.

Paolo non invita a evitare ogni confronto né a rinunciare alla verità, piuttosto sollecita con fermezza a non trasformare il confronto in una guerra, la differenza in ostilità e il dissenso in una volontà di annientamento. In definitiva, si può dissentire senza disprezzare, correggere senza umiliare e difendere la verità senza perdere l’amore.

È questa la responsabilità che il versetto ci consegna: prima di domandarci se abbiamo sconfitto il nostro avversario, dovremmo chiederci se, nel farlo, abbiamo ferito o distrutto qualcosa di umano in lui e in noi stessi perché, quando ci divoriamo a vicenda, alla fine non ci sono veri vincitori: c’è soltanto una comunione spezzata.

Pertanto, senza voler offendere alcuna comunità, quanto detto potrebbe rappresentare una preliminare istantanea della reale situazione in cui versano molte realtà cristiane odierne, ovviamente con qualche differenza, perché oggi non si può credere che, sebbene vi siano tensioni, si possa soffrire, nelle relazioni, di una forma di predazione animale… Eppure quotidianamente la violenza verbale non riesce più a nascondersi: esplode, s’infiltra, s’impone, in particolare e soprattutto nel mondo digitale.

Rappresenta spesso una manifestazione esteriore di disagi interiori non gestiti o non riconosciuti.

Essa non nasce mai da un vuoto emotivo, ma si radica in condizioni di insoddisfazione, stress, frustrazione o dolore psicologico profondo. E il web è quel terreno fertile, dove proliferano polemiche, germogliano insulti, maturano calunnie, il tutto senza alcuna sfumatura o gradazione di timbro, a cui si aggiungono quei sistemi di comunicazioni anonimi con i quali, senza alcuna dignità e responsabilità, si colpiscono i fratelli e le sorelle rimanendo impuniti. La cosa ancor più triste è che questi atteggiamenti prosperano e dilagano anche fra quanti si dicono cristiani e, a mio giudizio, l’allarme è dato non tanto da questo comportamento omologato e oltraggioso, quanto piuttosto dalla tendenza che si installa nella mente e nel cuore di tanti, che ritengono questo modus operandi normale, banale, ordinario, del tutto naturale.

Davanti a questa tela a tinte fosche, in coscienza bisogna chiedersi: si tratta dell’espressione emotiva, libera e naturale della gente oppure è il segno permanente della disgregazione sociale?

La risposta non può essere immediata e netta; occorre descrivere, analizzare e valutare le conseguenze di tale fenomeno. Certamente le chiacchiere da bar, le opinioni senza alcun fondamento, i giudizi trancianti sui social media vengono amplificati al punto da essere totalmente assurdi.

Tutto si commenta, si interpreta velocemente, si avvolge in un polverone di parole vuote, a tal punto che l’esistenza sembra dipendere dall’eco mediatica prodotta dalle parole altrui o dalla pioggia dei like ricevuti.

Quanti suicidi soprattutto di adolescenti sono stati provocati dalla tracotanza di chi ha scambiato il dibattito mediatico in un’arena, dove si lotta aspramente per la sopravvivenza!

Nel mondo contemporaneo, le ferite più profonde raramente vengono inflitte da armi di metallo.

Che ne è della solidità della parola interiore?

Viviamo in un paradosso abissale: connessi a tutto il mondo tramite Internet, ma sconnessi dalle nostre intime convinzioni.

Il meccanismo è sempre lo stesso: si presenta una banale opinione, magari una dichiarazione innocua e, poi, scocca la scintilla e, quindi, lo “sbarramento di fuoco” virtuale: pro o contro, pollice su o giù, vantaggi e limiti, …

I danni inflitti dalla “guerra on-line” lasciano persone ferite, umiliate, sminuite, lese nella dignità.

Si gioca a colpire il bersaglio, con un sadismo mediatico che devasta il tessuto sociale.

Ed ecco trovata la risposta al quesito iniziale.

I cristiani sono invitati a reagire a tale devastazione vivendo con libertà, dignità e verità, consapevoli che la Parola di Dio aveva già previsto questa crudeltà vicendevole, seppur virtuale.

Il Salmo 57,5 dice: “Io sono in mezzo ai leoni [oggi si parla di “leoni da tastiera”], coricato fra le bestie feroci, i loro denti sono lance e frecce, la loro lingua una spada affilata”.

Denti come lance simbolo di violenza fisica o potere distruttivo, lingua come spada affilata simbolo di violenza verbale, calunnia e maldicenza che feriscono nel profondo, trovano la massima espressione oggi nel cyberbullismo, nella gogna mediatica e negli hate speech, commenti d’odio sui social.

Carissimi,

ricordiamo che il veleno delle parole uccide più di quello dei serpenti: chi vive sputando veleno, alimentando invidie o cercando di sabotare colleghi e amici, finisce inevitabilmente per avvelenare la propria esistenza. Odio e Ossessione per il fallimento altrui diventano una trappola mentale per chi li genera. La realtà del momento presente, caratterizzata da eco-ansia, incertezza sul futuro e pessimismo cosmico, oggi più che mai, ci obbliga a scegliere:

  •  partecipare alla tempesta mediatica o impegnarci per la pace?
  •  mordere e divorare oppure benedire e risollevare?

Auguri di ogni bene, capaci di portare luce e speranza per primi, attraverso l’arte, la gentilezza, l’attivismo o semplicemente un sorriso, diventando generatori di cambiamento e non spettatori passivi del buio,

                                                                                                                                   p. Ettore

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